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Videogiochi

Ibridazione: il sale della vita

Forma d'Arte. Così potremmo definire i videogiochi, esattamente come cent'anni fa veniva definito il cinema, e ancora prima la pittura, la scultura, la danza...

Ma è veramente così? I videogiochi sono una forma d'Arte o è l'Arte che ha conquistato i videogiochi? Non è un mistero che i videogiochi abbiano sempre preso a piene mani dal mondo del cinema, della pittura, del teatro perfino.

Con in mente queste prove, non sono forse i videogiochi una diretta conseguenza delle Arti? La risposta non è facile da fornire. Vanno analizzati più aspetti per riuscire a capire quanto i videogiochi debbano all'Arte e quanto l'Arte debba a essi. 

Per riuscire a comprendere meglio i punti di contatto tra queste istanze, possiamo ricorrere a un'idea sempre più convincente che si è sviluppata in ambito teorico, ovvero l'ibridazione tra Arti. 

Alcuni dei miei "scatti virtuali". Potete trovare altra fotografia virtuale su Gameography.

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L'ibridazione è quel processo che porta due o più realtà differenti a fondersi per diventare un unico essere. Le Arti e i loro derivati si ibridano in questo senso praticamente da sempre.

Teatro e scultura. Pittura e fotografia. Cinema e videogiochi. Questi sono solo alcuni degli esempi più banali di ibridazione tra Arti e tecniche. 

I videogiochi si sono ibridati con praticamente ogni tipo di Arte, ma la loro prediletta è senz'altro il cinema. Anzi, si può dire che ormai i videogiochi siano diventati un po' gli eredi del cinema. 

Partiamo, però, dalle origini. Una volta era il cinema che sfruttava il medium videoludico per pubblicizzare le sue produzioni. Il caso più eclatante e simpatico da ricordare è sicuramente il videogioco di E.T. per Atari 2600, uno dei disastri commerciali più importanti della storia videoludica, di cui sono state recentemente ritrovate le cartucce invendute, che giacevano sepolte in una discarica in New Mexico.

Tuttavia, recentemente, sembra ci sia stata un'inversione delle parti: sono i videogiochi che ispirano il cinema, il quale prende direttamente da essi per portare una maggiore fetta di pubblico in sala. Oltre ai film tratti dai videogiochi (Assassin's Creed, Resident Evil, Silent Hill), è importante notare anche come le dinamiche care hai videogame diventino la base narrativa per determinate pellicole.

Un esempio tra i blockbuster è sicuramente il remake di Jumanji, dove i protagonisti entrano dentro alla riproposizione videoludica del famigerato gioco da tavola e devono agire esattamente come farebbe qualunque videogiocatore durante una normale sessione videoludica.

Un po' meno conosciuti, ma senza ombra di dubbio più complessi dal punto di vista narrativo, sono film come Lola corre (Tom Tykwer, 1998) e Source Code (Duncan Jones, 2011). In entrambi, le meccaniche videoludiche prendono il possesso della narrazione e divengono il fondamento essenziale per lo svolgimento degli eventi. C'è un obiettivo, un tempo limite, vite infinite che permettono di rivivere gli eventi in continuazione fino a che non si avrà "vinto la partita". Con l'avanzare della pellicola aumenta la consapevolezza sia dei protagonisti delle vicende che dello spettatore, esattamente come accadrebbe in un qualsiasi capitolo di un Uncharted o di un God Of War.

Ma non è solo il cinema, oggigiorno, a prendere dai videogiochi. Lo scambio è reciproco. Ne è un esempio la presenza sempre più insistente nel mondo dei videogiochi di narrazioni complesse, punti di vista cinematografici e presenze attoriali di spicco. 

Non solo l'ibridazione rende più gradevoli e socialmente importanti determinati videogiochi, ma contribuisce a dare grandissima visibilità al medium. La presenza di Keanu Reeves sul palco Microsoft dell'E3 per presentare Cyberpunk 2077 dovrebbe essere sufficiente per rendere l'idea. 

Non solo. Si stanno venendo a creare le prime, vere presenze autoriali all'interno del medium. Basti pensare a Kojima e al mastodontico lavoro portato a termine con Death Stranding, una produzione in tutto e per tutto cinematografica. Dalla scelta di attori di spicco come Norman Reedus, Mads Mikkelsen, Lea SeydouxMargaret Qualley e Lindsay Wagner, alla presenza di registi del calibro di Guillermo del Toro e Nicolas Winding Refn, fino ad arrivare all'impianto visivo decisamente figlio di una cinematografia ben specifica, che ha senza dubbio influenzato Kojima nelle sue scelte stilistiche.

Altro esempio è Red Dead Redemption 2, che vive, respira e mangia western della cinematografia tra anni '40 e '60. Evidenti i rimandi ai film di Sergio Leone, con il protagonista, Arthur, che ricorda in tutto e per tutto gli anti-eroi interpretati da Clint Eastwood e compagnia. Tuttavia, in questo secondo capitolo, Rockstar si è lasciata ispirare più dal cinema americano che non da quello mondiale. Ne è un esempio la citazione "spudorata" a Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah (il confronto in calce), il film che ha segnato un punto di svolta per la cinematografia western a causa dell'incredibile (per l'epoca) tasso di violenza presente nella pellicola.

Ultima, ma non ultima è quell'opera imponente e peculiare che è il remake di God Of War, caratterizzato da una componente narrativa di rilievo e da uno stile registico inedito anche per il cinema. Infatti, tutto il gioco è pensato come un unico piano sequenza, senza caricamenti (a meno che non si muoia). Un risultato, questo, estremamente importante, che mostra come l'unione di due medium possa portare a risultati impensabili.

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