Madre! - Dissezione di un corpo morente
- Mattia Pescitelli

- 19 feb 2020
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 16 mar 2021
La condizione umana è una condizione di reticenza. Gli errori seguono l'uomo con costanza lungo il suo impervio cammino su di un terreno sconosciuto, avverso alla sua presenza. Nonostante le testimonianze di un passato doloroso, crudele, privo di qualunque pietà per la vita e il suo sostentamento, l’uomo continua a cascare e ricascare nelle stesse buche, a inciampare sugli stessi rami, in un circolo vizioso inarrestabile che segue lo stesso sentiero battuto. Le impronte sono lì, prova inconfutabile della via già percorsa, eppure l’uomo si ostina a poggiare il proprio passo sulle orme che si era lasciato alle spalle e che ora, suo malgrado, si ritrova dinanzi.
Questo “cerchio della vita”, infinito, unico, sequenziale, è tutto ciò che spinge l’umanità a persistere e resistere contro le avversità del presente e del futuro, innescate da un passato che a sua volta è stato presente e futuro di un’altra generazione, altrettanto illusa e accecata dalla speranza di una “nuova via”, della salvezza per l’umanità – un’umanità che crede nella sua superiorità, nella sua importanza universale, nell’esistenza di uno “scopo ultimo della sua esistenza”.

La centralità dell’uomo ha sempre affascinato le civiltà umane. L’individuo è visto come un essere in grado di poter cambiare le cose, di rendere il “mondo un posto migliore”. E proprio questo senso di “missione divina” contribuisce a far cascare l’umanità nelle solite trappole. Gli errori insegnano al singolo, ma il singolo non li insegna alla totalità.
Ed è proprio questo senso di ritorno, di eterna prigionia nell’errore di un’esistenza sacrale a comporre le fondamenta di Madre!, film del 2017 diretto da Darren Aronofsky con protagonisti Jennifer Lawrence e Javier Bardem. Una pellicola che ha fatto parlare di sé per la sua crudezza, ma anche per le svariate chiavi di lettura che si intrecciano, condividono elementi, divergono per altri, e che permettono di interpretare in mille modi diversi questa bizzarra storia, tutt’altro che leggera.

Defezione del privato
Guardando Madre! per la prima volta, non si può fare a meno di notare una certa oppressione, constatabile da subito sul piano visivo. I primissimi piani, eseguiti da una camera a mano che segue costantemente il personaggio di Jennifer Lawrence in giro per le piccole stanze di questa antica casa, asfissiano lo spettatore, portandolo in uno stadio di prolungata irritazione e agitazione, che tende a evolversi di pari passo con le stesse emozioni provate dalla donna (della quale non conosciamo il nome, come non conosciamo quello di tutti gli altri personaggi della pellicola). La tensione interna tende a crescere man mano che il privato viene invaso da sconosciuti. Da una piccola infiltrazione, le poche gocce d’acqua diventano un fiume in piena che si riversa in una casa inizialmente fin troppo spaziosa, ma che diventa velocemente inadatta a contenere un’intera popolazione.

Questa invasione è dovuta al successo. Il marito, da piccolo scrittore apprezzato, diventa in poco tempo un fenomeno sociale, una celebrità pervasiva, talmente adorata da diventare una sorta di profeta, l’iniziatore di un culto che non voleva creare, ma che ha contribuito a formare.
In questa chiave, quindi, il marito potrebbe essere visto come la natura pubblica, quella che ha voglia di esporsi, di farsi vedere e riconoscere. La mente che vuole espandersi e diffondere il proprio pensiero al mondo intero. In sostanza, la vanità intrinseca nella natura umana che cerca di fuoriuscire dal proprio silenzioso mondo privato. Al contrario, la madre potrebbe essere vista come il privato nella sua forma più pura, reticente a ogni nuovo incontro, a ogni persona che “il marito” lascia entrare nella propria “casa”.
Pfeiffer: “Avete un telefono? Qui non prende.” Bardem: “E a noi piace così.”
Man mano che la pellicola avanza, il privato non si fa solo più geloso, ma si sente anche violato da tutti i fronti. Non riesce più a fronteggiare gli intrusi. Non riesce a impedirgli di invadere la sua area di controllo. Quel luogo rigoglioso che è la sfera privata, verdeggiante, sicura, viene presa d’assalto dal marciume, dalla cenere del mondo sociale, carbonizzato, incandescente, sempre pronto a far scoppiare la scintilla che brucerà quel verde prato inviolato. Un “giardino dell’Eden” personale, che ognuno di noi ha, ma che ognuno di noi tende, anzi, desidera perdere.
La fama diventa l’unica vera ragione di vita. Far entrare l’estraneo diventa motivo di prestigio, di apertura al mondo. Un mondo ormai immerso nei media digitali, sempre connesso, mai privo di interazioni con l’esterno. E al privato non resta che ardere. Terra bruciata dove tutto è uniforme e le persone non sono altro che merce da vendere al miglior offerente.

La donna come domicilio
Aronofsky con Madre! sembra voler affrontare anche il tema della concezione della donna come identificazione nella sicurezza fornita dal focolare domestico. La casa come concetto di femminilità protettiva, ultimo appiglio di stabilità per l’uomo, costantemente inebriato dal mondo “esterno”. Il personaggio della Lawrence e la casa sono, quindi, due entità affine, congruenti. Condividono un legame che le unisce nel sangue, nelle sensazioni. Ogni tintinnio delle stoviglie, ogni danno recato alla struttura dell’abitazione risuona nel corpo della donna, la fa soffrire. Per questo il personaggio tiene così profondamente alle condizioni della casa. In sostanza, sta curando se stessa. Si sta rendendo attraente per un marito che non sembra più essere interessato a lei.
Una concezione superata, che vede la personalità femminile profondamente legata al ruolo di governante, di “madre” non solo fisica, ma anche spirituale, costantemente impegnata a occuparsi delle faccende domestiche in attesa del marito, unico sostentatore economico del nucleo familiare. Ruolo che viene rinnegato durante lo svolgimento del film; che porta a un’emancipazione della donna, sempre fortemente legata alla casa (come se non potesse distaccarsi da essa), ma capace di riconoscere la sua condizione di prigionia e di liberarsi da tale costrizione. Una libertà apparente, che libera una vita, ma ne intrappola un’altra, in un ciclo continuo che non trova fine. La presa di coscienza porta inevitabilmente al completamento del cerchio e al suo rinnovamento. Libertà che alimenta la prigionia.

La ciclica condizione della storia umana
Tra tutte quelle che abbiamo analizzato, un tipo di ciclicità scava più a fondo nella natura umana rispetto alle altre. Come abbiamo già visto, gli errori dell’umanità tendono a manifestarsi con costanza nel lungo e tortuoso cammino circolare della storia umana. I cosiddetti “corsi e ricorsi storici”, momenti che tendono a ripetersi con impressionante semplicità nonostante la loro brutalità. Ciclicità dovute a un elemento fondamentale: la dimenticanza. L’uomo tende a dimenticare. La sua memoria è fallibile, effimera, soggetta a deformazione.
“La storia la scrivono i vincitori”: più che altro, la storia la scrive chi ha memoria. Una memoria personale, più emotiva che razionale. E proprio questo cerca di raccontarci Madre!, una storia che ha avuto inizio in tempi troppo lontani per essere ricordata con accuratezza. Una storia di venerazioni e visioni di un mondo migliore per l’uomo, o meglio, per un uomo, che con il tempo è riuscito a convincere chi aveva intorno. Da un’esistenza tranquilla alla voglia di dire la propria. Dall’anonimato alla gloria celebrativa, fino alla venerazione e alla sacralizzazione dell’individuo e del suo verbo. Percorso che porta inevitabilmente a un’impetuosa cascata di violenza, follia, isteria collettiva, guerra e risentimento, fino alla consacrazione dell’idea principe e alla sua inevitabile distruzione.

L'atto finale è un tour de force dalla ferocia inaudita. Crudo, crudissimo nella sua rappresentazione della velocità pervasiva e invasiva con la quale l’odio e l’imposizione umana riescano a far degenerare una situazione di quiete apparente. In qualunque luogo metta piede l’uomo in quanto comunità, porta inevitabilmente con sé devastazione. È come un virus che si espande a vista d’occhio. Una malattia che va debellata e che la natura (che può essere identificata nella “madre”) non può fare a meno di cancellare, combattendola e sterminandola. La natura non è solo carnefice, ma anche vittima, infettata da un cancro aggressivo, duro a morire.
Una Terra sferica, ma circolare nelle due dimensioni cinematografiche (torna la ciclicità), come ben evidenziato dal totale a volo d’uccello sopra la casa, circondata dalla morte, dalle terre devastate lasciate alle proprie spalle dalla macchina-uomo. L’ultimo baluardo di un’esistenza naturale, l’ultimo “angolo di paradiso”, un ulteriore giardino dell’Eden al quale tutti vogliono accedere. Conquistatori in terra straniera, convinti della loro superiorità in quanto specie, della loro inarrivabile importanza in quanto esseri senzienti. E l’unica cosa logica per la salvaguardia del benessere naturale sembra essere quella di eliminare il problema alla radice. Debellare la malattia sacrificando la propria vita.
"Tu non mi hai mai amato. Amavi solo il mio amore per te."
Madre Natura ci ha donato il suo cuore (come ci mostra il poster promozionale del film) e noi glielo abbiamo strappato dalle mani, voraci come sempre, convinti che ci appartenesse di diritto. Ci ha donato tutta se stessa e ora sente la necessità di liberarsi di noi, di eliminarci in quanto minaccia per il suo benessere e per la sua salvezza. Eliminare il presente per preservare il futuro. Un futuro che non avrà risultati diversi rispetto al passato. Perché qualcosa riesce sempre a sopravvivere. "Scarafaggi" che fuoriescono dalle macerie ancora calde per ricostruire un mondo in pezzi, convinti che questa volta andrà diversamente, che loro saranno “migliori” rispetto a chi è venuto prima. L’estinzione come rinascita: una condizione destinata a ripetersi. Una prigionia dalla quale l’uomo non riesce a evadere, troppo impegnato a seguire i suoi stessi passi, e dalla quale la natura continua a rifiorire, convinta di essersi appena svegliata dall'incubo. Ignara di trovarcisi ancora dentro.



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